mercoledì 19 novembre 2008

a fuoco lento (tratto da La Repubblica dove è rimasto per un'oretta, poi ritirato......)

Che furbetto quel Brunetta
di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni


La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.

Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.


Chi l'ha visto Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l'abuso). Viene nominato dall'allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l'odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.

Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la 'legge dei tornelli' invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da 'L'espresso', in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l'anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l'80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l'efficienza degli eletti a Strasburgo. L'ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L'ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per "denunciare l'atteggiamento scortese e francamente anche violento" degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare. Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta "non hanno mai lavorato in vita loro", a Bruxelles faticano molto più di lui: nell'ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

Se la partecipazione ai lavori d'aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L'economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall'amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca' Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell'opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

Il bello del mattone
LA MAPPA DELLE PROPRIETA' DI BRUNETTA
Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l'Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. "Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui", ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno. Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un'agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall'Inpdai, l'ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende. Invece, in quel tempo, come 'L'espresso' ha raccontato nell'inchiesta 'Casa nostra' del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all'Inpdai ai quali sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: "Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente". Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell'Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l'economista avrebbe potuto acquistare un box.
GUARDA LO SFOGLIO: I documenti dell'acquisto della casa Inpdai

Un tuffo in Costiera Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce "un genio", diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani. "Una proprietà scoscesa", ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.

Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005. "Quanto?", dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell'agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: "Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile". Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell'economista supera di gran lunga il milione di euro. Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l'acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l'investimento iniziale.


Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio? 'L'espresso' ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l'alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione? "Diversa distribuzione degli spazi interni", dicono le carte. La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po' di malinconia: "La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c'era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all'abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l'avessero fatta prima...". A rappresentare Brunetta nell'atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era all'epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest'anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.

Il Nobel mancato "Io sono un professore di economia del lavoro, l'ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d'Italia, forse d'Europa", ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito "un maestro della pasta e fagioli" prima di chiedergli la ricetta del piatto. L'economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che "Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse". Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l'idoneità a professore associato in economia l'anno precedente. Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una "grande sanatoria" per i precari che gravitavano nell'università. Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.

In cattedra Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell'ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell'orario edito da 'Economia&Lavoro', la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi. La musica cambia se si guarda l'indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un'idea sull'importanza di un docente. L'indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.

Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: "L'università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato", ricorda l'ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all'Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. "Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni", ricorda un commissario che chiede l'anonimato: "La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l'attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l'accordo che faceva contenti tutti. Comunque c'erano candidati peggiori di lui". Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise. E la nuova commissione escluse Brunetta. Il professore 'migliore d'Europa' viene bocciato. Un'umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l'Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l'alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all'introduzione dei più facili concorsi locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d'Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono 'l'idoneità'. Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione. Un'ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta "è professore associato a Tor Vergata". La stranezza è che il curriculum ufficiale - pubblicato sul sito della facoltà del ministro - lo definisce "professore ordinario dal 1996". Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?

Hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci

martedì 11 novembre 2008

bevanda Kuzu

dopo aver mangiato una vasca di pevarada è opportuno......


ingredienti x 1 persona
 
  • 1 cucchiaino da tè di kuzu (aggregato di polvere di radice di pianta Kuzu di colore bianco)
  • 1 prugna umeboshi
  •  1/2 noce di zenzero in polvere iofresco
  • salsa tamari
  • 1/4 di litro d'acqua c.a
 
Mettere in un pentolino un cucciaino da tè d'acqua (presa da quella indicata) e stemperatevi in esso un cucchiaino da tè di kuzu, schiacchiare e sbriciolare il kuzu per bene ed aggiungere due cucciaiate d'acqua, continuare a stemperare e quando il kuzu è ben sciolto aggiungere il resto dell'acqua e mettere sul fuoco basso, continuando a mescolare. L'acqua inizialmente si presenterà biancastra e opaca, continuate a mescolare a fuoco basso, ma non bassissimo sennò vi addormentate (ah, ah). Nel frattempo avrete preso una umeboshi, l'avrete sbricolata, rotto il nocciolo e messo assieme alla polpa. Tenetela vicino al fuoco. ATTENZIONE IL KUZU NON DEVE BOLLIRE! Continuando a mescolare ed aumentando il calore dell'acqua, essa cambierà di colore diventando quasi trasparente, in questo momento, quando è prossima al bollore unirete l'umeboshi, spremerete una mezza noce di zenzero (sbucciato) assieme ad un giro di tamari. Lasciate che la vostra bevanda perda un po' di calore (a Venezia si dice di aspettare che il vapore tocchi le travi del soffitto) sedetevi a tavola e cominciate a consumarla assieme al resto del vostro cibo macrobiotico.
 
no sale
no pepe
no grana o parmigiano
no zuppina col pane o crostini

sabato 8 novembre 2008

Le trojate di Silvio


Povero Berlusconi! Apre bocca e tutti gli piombano addo
Povero Berlusconi! Apre bocca e tutti gli piombano addosso. Dov’è lo scandalo? Anche il capo del governo italiano, a 72 anni, cura con attenzione la sua abbronzatura. Si trattava di una carineria. Berlusconi non può fare a meno di essere carino
Le Monde, 7 novembre









sso. Dov’è lo scandalo? A
 carino
Le Monde, 7 novembre










mercoledì 5 novembre 2008

OBAMA, OBAMA! L'America non cambia pelle....

e quanti impegni, quante sfide, quanti rivolgimenti nell'economia politica mondiale: leggiamo il testo dell'Unità: stiamo con i piedi per terra.

domenica 2 novembre 2008

il re è nudo, uccidiamo il re: questo deve essere fatto!

 ricchi perderanno soldi ma non ne soffriranno mentre abbiamo tre miliardi di persone che rischiano di trovarsi sotto il livello di sussistenza. Il paradosso è che non hanno nessuna responsabilità in tutto questo
Muhammad Yunus, economista, premio Nobel per la pace 2006, 30 ottobre 







Lo faranno sicuramente i tre miliardi di persona che stanno rischiando di morire di fame e io, se ne avrò le forze, sarò con loro, ma, sono sicuro che ci saranno i miei figli.

Mi dicano i colleghi buddhisti, anche questo è Karma? La risposta è Sì, e la spiegazione è atroce, Ve la risparmio.

Clelia, dì qualcosa......




pari opportunità

Grazie, cara, ma come si può volerti male.... e poi, cos'è un milione di euro?
Ma per fronteggiare gli effluvi di questa potente scosciata, suggerisco un impacco di pevarada da veri puristi minimalisti! - Fegatini, olio pepe e limone e basta* - Le dosi fatele voi.
Ma ricordi dei miei verdi anni mi suggeriscono altri sapori e profumi del tipo: ostrica al limone......

*e naturalmente sale, ma poco, ovvio.

domenica 26 ottobre 2008

Adesso cominciamo ad avere un quadro abbastanza completo, grazie Donatella!

"Ecco, finalmente, le ricette della "PEVARADA" o peverada

 La mia ricetta:
 ingredienti: circa 150 g di fegatini di pollo  e di lepre (facoltativo) più qualche durone; un bel pezzo di soppressa veneta con aglio oppure del salame morbido ( sempre con aglio!); un bel pugno di macinato misto (manzo e maiale); un pezzo piccolo di cipolla e di carota; aglio, rosmarino e salvia legati a mazzetto, sale q.b.; pepe abbondante; succo di limone e vino bianco, olio abbondante.
Tritare le verdure; far imbiondire l'aglio nell' olio, aggiungere le altre verdure, i fegatini tritati  e farli rosolare un po'; poi unire anche  il salame tritato ed, infine, la carne macinata. Salare e pepare abbondantemente. Far rosolare il tutto, quindi aggiungere un bel bicchiere di vino bianco e farlo sfumare .A questo punto unire anche il succo di limone e portare a cottura. Si potrebbe lasciare anche così, ma a noi piace macinare il tutto con un tritacarne ( a manovella, quello di una volta!) dopo aver tolto il rosmarino e la salvia. Assaggiare ed, eventualmente, aggiustare di sale, pepe ed olio se si fosse asciugata troppo.

Questa è la peverada di una volta: si prepara tritando 150 g di fegatini di pollo; 100 g di soppressa veneta; pangrattato e prezzemolo. Soffriggere in un tegame con olio e aglio, dopo aver tritato il tutto; sistemare di sale, pepare abbondantemente, aggiungere del brodo e qualche goccia di limone. Mescolare e servire.

Altra ricetta di una nonna, conosciuta al centro anziani, a un corso di cucina: salame, fegatini e duroni, limone, vino bianco, olio, sale, pepe, capperi, prezzemolo. Scaldare l'olio con il pepe, poi lasciarlo raffreddare. Tritare molto fine il salame con i fegatini e duroni (prima fatti bollire per metà cottura); cuocerli nell'olio pepato, aggiungere il vino bianco e il limone. Verso fine cottura aggiungere ancora un pò di limone spremuto e un trito di capperi e prezzemolo."

Donatella Carraro, nata a Jesolo, vive e insegna a Noventa di Piave. Si può considerare una figlia d'arte, in quanto si è affiacata alla madre nella conduzione della cucina degli alberghi e ristoranti gestiti dal padre. Considerata un'ottima cuoca è anche una raffinata interprete della cucina locale. Per chi volesse contattarla: donatella.carraro@gmail.com

sabato 25 ottobre 2008

pensierino della sera

chissà perché mangiare ci piace così tanto.....

Approfondimento storico sulla Salsa Pevarada



La salsa e' documentata gia' nel primo ricettario veneto, il "Libro di cucina" redatto nel XIV secolo, trovando evoluzione ed affinamento nella cucina aristocratica veneziana, che la preparava in particolare per la lepre e per le carni rosse. G. Maffioli, nel suo "La Cucina Trevigiana", ne presenta alcune varianti attualmente in uso. 


Far rosolare la faraona intera a fuoco vivo, in una pirofila con olio d'oliva, pancetta, salvia e rosmarino. 
Quando avra' preso colore, bagnarla con vino bianco, farlo evaporare, insaporirla con sale e pepe, infornare e completare la cottura lentamente. 
Nel frattempo tritare la soppressa, il prezzemolo, la buccia di limone, i filetti di acciuga ed uno spicchio d'aglio. 
Formare un impasto omogeneo unendovi del formaggio grattugiato, pan grattato, sale e pepe. 
Far soffriggere in olio d'oliva e far cuocere; verso fine cottura unire il fegato tritato. 
A fine cottura bagnare con succo di limone e aceto. 

giovedì 23 ottobre 2008

La pevarada di nonna Bruna

Nonna Bruna era mia suocera, cionostante ho avuto per lei un sincero affetto, anche perché ha accettato, come genero quello scapestrato nullafacente che ero io quando ho conosciuto mia moglie Paola....Nonna Bruna era un'ottima cuoca: lei lo faceva per lavoro. Ma Andiamo avanti:

Ingredienti: 

  • 300 gr. di carne di manzo macinato
  • 300 gr. di carne di vitello macinato
  • sedano, carota e cipolla come soffritto
  • salvia, aglio in camicia e rosmarino in grarza
  • fegatini di coniglio (ma possono andare bene anche quelli di pollo) gr. 300
  • una bottiglietta di "limonina"
  • 1 cucciaino da tè colmo di pepe nero macinato e una dose signicativa di sale
  • olio di oliva: fino a farvi galleggiare la carne
Tritate il sedano, la cartota e la cipolla e mettetteli a soffriggere, dopo un po' aggiungete la carne con tutti gli aromi e fatela passare per 1/4 d'ora, poi aggiungete 1 bicchiere di vino bianco buono (!) e lasciate  sfumare, aggiungete ancora il limone (tutta la boccetta oppure 7/9) limoni spremuti e lasciate asciugare; quando la carne comincia a sfriggere, copritela di olio d'oliva, abbassate il fuoco e lasciate andare mesolando di tanto in tanto, perché non si formino grumi. La carne mentre cuoce deve apparire come la lava che ribolle lentamente in un girone infernale (e perché no?).

Questo intingolo infernale (se non ci mettete moltissimo pepe potete fare a meno di chiamarla "pevarada") si presta ad accompagnare in primo luogo la selvaggina, ma anche il coniglio e la faraona arrosto. Gli arditi la mettono sugli spaghetti, ma non è la sua vera morte.

Sappiatemi dire, se sopravviverete.

martedì 21 ottobre 2008

la pevarada nel basso piave

Io sono ospite, nato a Venezia, del Basso Piave da circa quarant'anni, terra  che non sono mai riuscito ad accettare come mia neanche come terra d'esilio, ma per la quale, tuttavia ho dei motivi di interesse..... Sì, solo per il lato gastronomico. Si sa, a tavola tutti ci si ritrova e quindi vediamo cosa offre di buono, come ricette, ma a ben pensarci, non è solo il basso piave, ma è anche il trevigiano che tripudia a "costioe" (costicine di maiale) e polenta e "radicio e fasioi" (radicchio e fagioli) da mane a sera (e se inviti gente del posto a una cena di pesce ti dicono "se magna pesseti"), è anche il trevigiano dicevo, che si distingue per una innata passione per il porco e per le uova. Non conosco la cucina trevigiana, ma la sua gente abbastanza e ricordo di aver passato una domenica d'agosto al campo delle "Giubbe Rosse" a mangiar porchetta & porchetta - piatto unico, sotto il sole, per tutto il giorno, abbeverandosi a bottiglioni de vin, date torto al padreterno: GLU, GLU.... qui saremmo sommersi dal raboso, prima che dalle acque (non che mi diapiaccia), allora continuando su questo filo e un po' sfidandovi a chi sa far meglio, vediamo la ricetta della PEVARADA, salsa geniale a base di carne da mettersi sulla carne, niente di più dietetico! Domani vi do la mia ricetta, ma ne seguiranno altre. A domani.

lunedì 20 ottobre 2008

a griglia calda

Passo qui "a griglia calda" la righe che ho postato ieri sera in Senza Zucchero (ex New Anthroipology per mancanza di Anthropos) 

"This is my land"

 

Da queste parti abito io, un po' più in là a destra c'è la mia casa. Il Piave sta morendo, si è ridotto a un budello di acque malsane che non riescono a trovare ricambio nemmeno nel mare. Da queste parti in campagna non esistono pressoché alberi, i campi vengono arati fino a un centimetro dai fossati, non c'è quasi più erba. Agricoltura intensiva, per strozzare dalla terra fino all'ultimo cent. I Signori della Terra da queste parti sono molto poveri, per questo sono costretti a coltivare in questo modo........ Qui i ricchi non ci sono abitano tutti in giro per il mondo, anche se sono loro i reali padroni di questo paese, sì, se ne fregano, dagli torto... tanto andando avanti così non ci resta molto: quando i ghiacciai collasseranno faremo tutti GLU, GLU e il padreterno sarà contento di averci somministrato finalmente la giusta pena. GLU, GLU
 
I live here io, farther to the right is my home. The Piave is dying, it was reduced to a bowel of water unhealthy not can not even find replacement in the sea. From these parts campaign there are almost no trees, fields are plowed up to a centimeters from the ditches, there is almost more grass. Intensive agriculture, to choke from the ground up to the last cent. The Lords of the Earth from these parts are very poor, so are forced to cultivate in That way ........ Here the rich living there are all around the world, even if they are the real masters of this country, yes, if they frieze, by the wrong ... so going forward so there remains a lot: when the glaciers we all collapse GLU, GLU and padreterno will be glad that you have finally given the right punishment. GLU, GLU adiòs

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Senza Zucchero